Giò Pasta: sono musicista, illustratore, scenografo teatrale e pittore italiano. Ho ereditato dal padre la conoscenza visiva, più che teorica, della bellezza ideale, espressa tramite l’ordine, l’armonia, l’equilibrio, e dalla madre la passione per la musica.
Infatti, in un momento di parziale abbandono dell’arte accademica a favore delle aperture più espressioniste, ho saputo esprimere me stesso, i propri desideri, la propria ironia, in definitiva la propria libertà artistica attraverso gli strumenti più tradizionali del mestiere, la tela, il pennello e il colore, esplorando le dimensioni dell’onirico.
“LO SPETTACOLO DELL’UTOPIA”: https://www.giopasta.com/atelier/lo-spettacolo-dellutopia/
Introduzione
Gio’ Pasta: “le iniziative nel “sistema dell’arte” è in crisi. Senza critica e riflessione condivisa, il contemporaneo soffoca nella decadenza e nel manierismo della sperimentazione fine a sé stessa.”
Le curatele per quanto benintenzionate, rappresentano solo tentativi superficiali di arginare un problema ben più radicato. Cosa sta succedendo al panorama artistico? Perché il mercato sembra ormai privo di una direzione autentica? È il momento di fare una riflessione cruda e senza compromessi.
La Fine della Critica: Un Vuoto Devastante
La mancanza di critica reale ha soffocato il dibattito artistico. Gli intellettuali si rifugiano in astrusi giochi linguistici, svuotati di immaginazione, lasciando il pubblico e i collezionisti in balia di un’arte incomprensibile e autoreferenziale. Il ruolo del critico dovrebbe essere quello di costruire ponti tra creatori e pubblico, ma oggi il critico è un’eco lontana.
Un Mercato Senza Amore
L’arte è diventata un investimento freddo, un mero mezzo per diversificare i portafogli dei collezionisti. Privati di una guida critica, i collezionisti si orientano verso “brand artistici” o nomi noti, ignorando il cuore pulsante della creatività.
La Crisi del Contemporaneo
Il panorama attuale non riesce a risollevare l’arte dalla sua crisi creativa. Gli artisti si rifugiano in schemi prevedibili, incapaci di rompere il muro del manierismo concettualistico. L’assenza di innovazione trasforma l’arte in un prodotto sterile, privo di quella scintilla che dovrebbe scuotere chi la osserva.
Riflessioni per il Futuro
È arrivato il momento di reclamare l’autenticità. Serve un nuovo paradigma, una rivoluzione che dia spazio al confronto, all’innovazione e alla passione. La critica deve tornare a essere una voce vibrante e sfidante, capace di ispirare e guidare. Solo così il mercato dell’arte potrà ritrovare il suo senso profondo.
L’Arte come Scandalo: Una Dualità Banalizzata
Ogni linguaggio possiede i propri cliché, e l’arte non è esente da questa trappola. Sul podio della banalità siede spesso l’etichetta di “artista dissacrante,” una definizione che ha perso gran parte del suo significato originario. Sebbene il legame tra arte e scandalo abbia radici profonde – dalle avanguardie del Novecento ai provocatori dell’antichità come Socrate e Diogene – oggi spesso lo scandalo appare vuoto e preconfezionato, pensato più per stupire e vendere che per scuotere davvero le coscienze.
Che cos’è davvero uno scandalo?
L’arte, per sua natura, dovrebbe scuotere le fondamenta della realtà, rivelare le verità spesso nascoste e provocare riflessioni profonde. Tuttavia, viviamo in un’epoca in cui lo scandalo sembra aver perso il suo potere trasformativo, ridotto a un mero spettacolo per un’opinione pubblica anestetizzata e strumentalizzata. La Giuditta di Artemisia Gentileschi, con la sua carica emotiva e storica, rappresenta un grido di ribellione contro le ingiustizie del suo tempo. Al contrario, opere come quelle di Maurizio Cattelan, pur scioccanti, rischiano di essere percepite come provocazioni fini a sé stesse, intrappolate nel circuito della mercificazione.
L’arte, però, ha il potenziale di andare oltre. In un mondo segnato da crisi globali – pandemie, guerre, disuguaglianze economiche – essa può diventare uno strumento per ripensare il contesto politico, sociale e geografico in cui viviamo. I curatori e i critici, con il loro lavoro, possono tessere legami. Ma affinché l’arte riacquisti il suo ruolo trasformativo, deve sfuggire alla logica dello scandalo come fine a sé stesso e tornare a essere un mezzo per risvegliare coscienze e costruire ponti verso un futuro più umano e consapevole.
La denuncia dei mali della società spesso si riduce a un’esibizione di superficialità, un modo per gestire le stesse malefatte che pretende di criticare. Intanto, genocidi, dittature camuffate da democrazie e crimini su vasta scala passano sotto silenzio, senza una vera protesta che rompa il torpore collettivo, se non in alcuni sporadici casi.
Questo dualismo intriso di demagogia rivela una profonda crisi dell’autenticità: l’arte, anziché ispirare e scuotere, si rifugia in una retorica sterile, incapace di affrontare le verità più dure con coraggio e immaginazione, sotto una ideologia geneticamente premeditata.
E allora, qual è il ruolo dell’arte in tutto questo?
Non può essere relegata a un meccanismo del sistema, piegata a logiche mercificatorie. Deve gridare un grande e deciso “NO!” al torpore collettivo che ci avvolge, scuotere le coscienze, smascherare l’ipocrisia di una società che preferisce rimanere anestetizzata. Perché non si può cambiare nulla senza una scossa, un risveglio deciso e dirompente. L’arte, in questo senso, deve tornare a essere un atto rivoluzionario, non solo un pretesto per lo scandalo, ma uno strumento per abbattere l’indifferenza e ricostruire una società più consapevole, più umana. Questa è la nostra sfida: smettere di accettare passivamente e iniziare a reagire.
Conclusione
L’arte autentica dovrebbe parlare a tutti, senza diventare un linguaggio incomprensibile riservato ai cosiddetti “colti”. È quindi fondamentale costruire un dialogo che riavvicini gli artisti al pubblico, riscoprendo la collettività come parte essenziale del processo creativo. Per fare questo, l’arte deve rinunciare a scivolare nella mercificazione sterile e concentrarsi su valori universali capaci di scuotere le coscienze.
Forse la chiave sta proprio nella semplicità delle idee, nella capacità di affrontare con chiarezza temi complessi, senza ricorrere a concetti retorici o speculativi. L’arte che sopravvive alle mode è quella che sa parlare al presente senza perdere di vista il futuro, stimolando una partecipazione critica e consapevole. In questo senso, il pubblico diventa non solo spettatore, ma co-autore di un processo collettivo che restituisca all’arte la sua vocazione trasformativa.
Chiudo questo mio articolo con un invito a visionare questa mia opera dal titolo:
“FUGA DALLA REALTÀ”: https://www.giopasta.com/atelier/lo-spettacolo-dellutopia/la-strada-misteriosa/
Fuggire dalla realtà è come intraprende il misterioso sentiero che conduce nel giardino dell’utopia, è un’esperienza inquietante di confini e trasgressione. Un tragitto nella geografia di un universo inconscio, un ponte tra veglia e sogno, un mare e una rete di simboli, un percorso che insiste e coinvolge sia il gioco che l’ironia. – È l’immaginazione che sottolinea l’importanza delle qualità formali di un’opera d’arte. La creazione di una forma inscrive le manifestazioni dell’inconscio, rendendola credibile, liberandola dal rigore sistematico del super-io. Il linguaggio artistico offre un nuovo ordine in cui l’esperienza della realtà inconscia può essere fatta senza tensione.
Nella vita moderna, tuttavia, è un’avventura stressante, un viaggio sempre più accelerato verso un vuoto che spesso finisce per causarci ansia. Per affrontare i problemi della vita quotidiana – e anche quelli meno comuni – impieghiamo tutti diverse tattiche. Non più di qualche decennio fa, nei circoli della controcultura, e dall’esperienza psichedelica a quella del “casco virtuale”, la fuga dalla realtà è un disegno che implica la tendenza a fuggire dal mondo cosciente in quello inconscio e subliminale, alla ricerca della sicurezza e tranquillità desiderate in un mondo fantastico. Il filosofo ed etnobotanico Terence McKenna affermava che “l’unica differenza tra computer e droghe è che uno è troppo grande da ingoiare”. Timothy Leary, un altro famoso sostenitore degli psichedelici (ed ex psicologo di Harvard), sosteneva anche la creazione di ciò che chiamava “Cyberdelics”, con le sue due varianti principali: quella individuale e “ascetica”, che arriva fino a sognare la liberazione dal corpo materiale e “l’immortalità elettronica”, e quella collettiva e dionisiaca, espressa nel delirio delle feste notturne dove si tenta di raggiungere una trance attraverso l’iperstimolazione tecnologica.